Rajasthan, il nostro diario di viaggio (parte 1)

Quanto è divertente il momento in cui, davanti ad un mappamondo, si sceglie la meta di un viaggio e si ha l’impressione di avere il mondo ai propri piedi!

Esiste il momento giusto per ogni viaggio e lo scorso anno era il “nostro” momento giusto per visitare l’ India. A chi, ancora oggi, ci chiede com’è l’impatto con questo Paese, rispondiamo che non c’è nulla di più bello che partire lasciando le paure e i pregiudizi a casa e preparando il cuore a farsi plasmare, emozionare e frastornare da tutto ciò che verrà.

E’ stato un viaggio incredibile: nella terra dei mahraja, abbiamo esplorato forti maestosi, siamo entrati nelle case di ricchissimi mercanti, abbiamo dormito nel deserto, sotto meravigliosi cieli stellati, siamo sopravvissuti al caos dei mercati indiani e ai tentativi dei commercianti di venderci qualunque cosa, abbiamo riso come matti della noncuranza delle mucche (anche in autostrada, anche contromano), siamo stati accolti ogni giorno da sorrisi sinceri.

Ma come nascondere la sensazione di “pugno nello stomaco” che dà la vista della povertà assoluta? L’ India è un Paese di contrasti enormi, ma, ne siamo certi, viaggiare è anche questo, conoscere il mondo con i propri occhi, senza allontanare lo sguardo da ciò che vediamo, anche se non ci piace, anche se può far male.

Quando partire
Generalmente le guide sconsigliano di partire per questo Paese nel mese di agosto: siamo nel pieno della stagione umida e il rischio dei monsoni è alto. Ecco perchè abbiamo optato per il Rajasthan, la zona settentrionale, meno soggetta alle piogge torrenziali: chiamatela fortuna, ma, nei nostri 18 giorni di viaggio, abbiamo visto la pioggia per non più di due ore!

Come spostarsi – la nostra scelta
Per il nostro “on the road” abbiamo optato per il noleggio di un’ auto con guidatore. Ci è sembrato un buon modo per risparmiare tempo (viaggiare in autobus o treno può essere dura!) e per avere un certo grado di sicurezza. In mezzo ad una moltitudine di persone e al caos delle grandi città, avere una persona fidata come punto di riferimento è stato di fondamentale aiuto.
Qualche mese prima di partire abbiamo preso contatti con una agenzia locale, fornendo indicazioni circa l’ itinerario scelto ed è così che abbiamo conosciuto, Ashok, il miglior autista dell’India, dal primo giorno soprannominato “Mr. No Problem” per la gentilezza con cui ha accolto ogni nostra richiesta e cambio di programma!

Del nostro incontro con Ashok vi abbiamo già parlato nel nostro articolo su Delhi. Quel che non vi abbiamo raccontato è che si è creato un legame così forte con lui che siamo stati ospiti della sua famiglia per cena l’ultima sera, poche ore prima di ripartire per l’Italia.
In una minuscola casina nella periferia della capitale, dove le strade non sono nemmeno asfaltate, ci siamo sentiti a casa. Accolti a braccia aperte dalla moglie, dal figlio e dai vicini di casa, abbiamo cucinato insieme chapati, dahl e mille altri piatti e festeggiato la nascita di un’amicizia. Siamo certi che un giorno torneremo in India e vorremo al nostro fianco proprio lui, il “nostro” Ashok.

Le tappe del nostro viaggio
(abbiamo deciso di suddividere il nostro itinerario in 3 parti, per evitare di scrivere un unico articolo che avesse un tempo di lettura di 3 ore!):

Parte 1
Delhi, Pushkar, Kaku, Deshnoke Temple, Phalodi, Jaisalmer

Parte 2
Jodhpur, Ranakpur, Udaipur

Parte 3
Jaipur, Rusirani, Abhaneri, Fatehpur Sikri, Agra

Giorni 1 e 2 – Delhi
La capitale dell’ India, Delhi, non fa parte dello stato del Rajasthan ma includerla nel nostro itinerario ci sembra naturale, visto che il volo Alitalia intercontinentale arriva proprio qui! Delhi, con i suoi 16 milioni di abitanti, è la città più grande dell’ India e rappresenta un vero concentrato di storia. Diversi imperi indiani in epoca medievale portarono alla costruzione di aree differenti della città, cui si aggiunsero nuove aree con l’avvento dell’ impero britannico. Ecco perchè si parla di Delhi come di un insieme di città, anime profondamente diverse ma complementari.

Vi consigliamo di dedicare alla scoperta della città almeno un paio di giorni. Gli spostamenti sono resi difficoltosi dal traffico, la vostra voglia di godervi questo pezzetto di India minato dal trambusto, dalle urla dei venditori, dai clacson dei motorini ma… “Don’t worry! It’s India!”
Tanto vale lasciarsi travolgere d questa tempesta di colori, profumi e rumori (date un’ occhiata al nostro articolo dedicato a Delhi per saperne di più!)

Giorno 3 – L’atmosfera mistica di Pushkar
Raggiungiamo Pushkar in treno da Delhi. Questo è l’unico tratto di strada che percorreremo senza Ashok. Arriviamo in stazione all’alba e rimaniamo colpiti dalle persone che, numerose, dormono per terra. C’è chi aspetta il treno, chi probabilmente su quella banchina vive. I viaggiatori come noi non sono molti, ma tutti hanno lo stesso sguardo disorientato, impotente. Con noi abbiamo un sacchetto, una specie di colazione da asporto che il proprietario del nostro albergo ci ha preparato con cura. La appoggiamo vicino ad un bambino che dorme, cercando di non svegliarlo. E’ un gesto insignificante, lo sappiamo, ma insieme a tanti piccoli gesti che vedremo compiere durante questo viaggio da persone come noi, pensiamo sia una piccola goccia. Non dimentichiamo mai che, goccia dopo goccia, si può creare un mare. Non dimentichiamolo mai quanto siamo fortunati, mai.

Saliamo sul treno e vediamo scorrere dal finestrino immagini che ci fanno male. Persone che vivono sopra montagne di rifiuti alla periferia di Delhi, bambini che giocano a piedi nudi e salutano il treno, sempre con il sorriso…

Decisamente infreddoliti (l’aria condizionata è al massimo sui treni indiani!), arriviamo a Pushkar, la prima città del Rajasthan che visitiamo e che ci rimarrà nel cuore per la spiritualità di cui è impregnata. Pushkar è la meta di numerosi pellegrinaggi hindu e nelle acque del suo lago sacro, secondo la leggenda nato da un fiore di loto caduto dalle mani di Brahma, uomini e donne si purificano con il bagno rituale.

52 sono i ghat, le scalinate che portano alle acque del lago (uno è dedicato a Gandhi e da qui furono disperse le sue ceneri), numerose le scimmie che allegramente si spostano dai pali della luce ai tetti delle case, noncuranti dei sacerdoti (o presunti tali) che offrono ai turisti preghiere e corone di fiori in cambio di denaro.

Ci siamo seduti qui al tramonto: un chai speziato tra le mani, e gli occhi chiusi per accogliere il silenzio, interrotto soltanto dalle preghiere e dal suono dei tamburi.

La via principale della città, che segue il corso del lago, è una strada polverosa, dove le mucche, con il loro passo lento, costringono i motorini a rallentare.

Le donne coprono i loro volti con coloratissimi sari e spesso si nascondono quando cerchiamo di fotografare la loro innata eleganza.

Dai negozietti di abiti hippy, argento e antiquariato, spuntano all’improvviso mercanti pronti a contrattare sul prezzo delle merci non appena notano gli sguardi furtivi dei viaggiatori. La nostra guida ci insegan che il prezzo indicato ad un turista per un qualsiasi oggetto è almeno il doppio del valore reale…state attenti!

In questo incredibile contrasto tra il profumo di incenso e quello di cibo, tra l’odore del pellame e quello della polvere, sorge il tempio induista dedicato a Brahma, l’unico in tutta l’India. Visto il divieto di fare foto con la nostra reflex, fotografiamo con gli occhi offerte di fiori, zuccherini bianchi, riso soffiato, mani che dolcemente fanno risuonare campane rituali…

Giorni 4 e 5 – Vagando nel deserto…nei dintorni di Kaku

Dicono che per viaggiare ci voglia un certo spirito di adattamento…con una buona dose si può andare dappertutto!
Arriviamo verso l’ora di pranzo al Kaku Castle, dove veniamo accolti dai proprietari, il dottore del villaggio e la sua famiglia, con un pranzo profumatissimo.

Sotto i loro occhi soddisfatti gustiamo riso, chapati e verdure speziatissime. La casa è semplice, di quella essenzialità senza troppi sfarzi che ci fa sentire a nostro agio: un vecchio divano, sedie in plastica, un altarino con alcune divinità induiste e vecchie fotografie in bianco e nero appese alle pareti.

Dopo pranzo cominciano i preparativi per il nostro safari nei dintorni della città di Bikaner. Niente campi tendati lussuosi, piscine o cose simili. Un piccolo carretto, tirato da un cammello, trasporta tre pali di bambù, alcuni teli e due piccole brandine.

Partiamo a dorso dei nostri cammelli (non esattamente il mezzo di trasporto più comodo che abbiamo provato…), sotto gli sguardi divertiti dei bambini del villaggio e dopo pochi minuti veniamo catapultati in un mondo completamente nuovo: la nostra carovana viaggia su un stradina sterrata, affiancata da campi di lenticchie, minuscole angurie e foraggio per le capre. E’ la stagione dei monsoni e il deserto si colora un po’ di verde.

Quelli che da lontano ci sembrano piccoli puntini si rivelano tonde capanne di fango e paglia, e da quelle casette spuntano, uno dopo l’altro bambini sorridenti che ci corrono incontro gridando “Ta-Ta” per attirare la nostra attenzione. Saranno due giorni incredibili: certo, non nascondo che all’inizio avrei voluto scappare perchè “io due giorni senza una doccia non ci posso stare!”, ma poi ci si abitua, ci si fa bastare un catino di acqua presa dal pozzo, si va a dormire e ci si risveglia seguendo la luce del sole e ci si accorge che veramente abbiamo bisogno di così poco per essere felici!

Sarà difficile dimenticare, scarafaggioni a parte, quei cieli stellati e la magia di sedersi attorno ad un fuoco per preparare insieme il chapati e tagliare le verdure (per maggiori informazioni visitate il sito www.kakusafari.com).

Giorno 6 – Alla ricerca del topo bianco (Karni Mata Temple) – Phalodi
Di buon’ora arriviamo a Deshnoke, per visitare il Karni Mata, meglio conosciuto come Tempio dei topi.

Prima della partenza la domanda più frequente che ci hanno fatto è stata “Non andrete anche vedere il tempio con i topi, vero?!” Che domande, certo che sì, voliamo dall’altra parte del mondo e ci lasciamo scappare questo luogo pazzesco? Non siamo grandi amanti di topi, ma la curiosità è troppa!

Siamo organizzatissimi (di entrare scalzi non se ne parla!): indossiamo due paia di calze ciascuno (di cui uno antiscivolo!).

Non ridete, ma la mia più grande preoccupazione era scivolare e schiacciare un simpatico topino (si dice che, quando un topo viene inavvertitamente schiacciato i sacerdoti chiedano l’equivalente del peso della bestiolina in oro, quindi meglio non rischiare!). All’interno del tempio migliaia di topi corrono da una parte all’altra, attirando l’attenzione dei fedeli, che li venerano portando loro cibo e latte, e dei turisti curiosi.

Se avete un po’ di pazienza, posizionatevi vicino alle grosse ciotole di latte: i topini si appoggiano ordinati sui bordi per bere, ma il momento più divertente è quando uno ci casca dentro per sbaglio e si fa un bel bagno.
La tradizione vuole che, tra gli oltre 20.000 topi, ve ne sia uno albino; grande fortuna toccherà a chi riuscirà a vederlo (noi non ci siamo riusciti!).

Lungo la strada che ci porterà a Jaisalmer improvvisiamo una sosta a Phalodi, una cittadina sulle cui strade polverose si affacciano splendide haveli, le ricche case dei mercanti.

E’ l’ora di pranzo, i bambini, all’uscita da scuola con le loro divise, si fermano e ci guardano scattare mille foto. Scalzi, entriamo in un tempio giainista, riccamente decorato con vetri colorati provenienti dal Belgio.

Il proprietario di un negozio di antiquariato si offre di farci da guida: siamo un po’ scettici, sappiamo che il suo fine è cercare di venderci qualcosa, ma è simpatico e in poco tempo ci spiega moltissimo del gianismo, la religione dei seguaci di Jina, di cui conosciamo poco.

Terminata la visita, entriamo nel suo negozio (Kanooga Handicraft) all’interno di una splendida haveli. Non si potrebbero fare foto ma chiediamo uno strappo alla regola perchè questo non è soltanto un negozio di antiquariato, è un vero e proprio museo che ospita collezioni di fotografie, quadri, scatoline per le spezie, statue, forbici e scatoline per l’oppio, antichi tessuti, gioielli meravigliosi.

Rimaniamo a bocca aperta, soprattutto quando ci portano nel piano seminterrato, dove migliaia di oggetti, ordinatissimi e divisi per genere, aspettano ancora di essere catalogati. Tutto questo condensato di bellezza è opera del padre degli attuali proprietari, un instancabile collezionista.

Vorremmo comprare tutto, ma lo spazio negli zaini e soprattutto le nostre tasche non ce lo consentono…

Giorni 7 e 8 – La città dorata di Jaisalmer
A farci innamorare di Jaisalmer, la città dorata patrimonio dell’umanità, oltre ad un meraviglioso tramonto, è stata di sicuro la gentilezza della nostra guida, che, per due giorni, ha risposto a milioni di domande sempre sorridendo. L’esplorazione comincia lungo le sponde del Gadsisar Sagar Lake, un bacino d’acqua artificiale circondato da ghat.

Una curiosità: per raggiungerlo occorre oltrepassare un ingresso ad arco, secondo la leggenda fatto costruire da una ricca donna cortigiana. Per evitare che l’ingresso, considerato non proprio “regale”, venisse distrutto, la donna ne pose sulla sommità la statua di una divinità. Nessuno avrebbe osato toccarla!

A piedi ci incamminiamo verso il forte della città: quattro sono i portoni d’ingresso che permettono di oltrepassare le altissime mura dall’aspetto “ondulato”. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è incredibile: le facciate dei palazzi sono costellate da balconcini e finestre in pietra arenaria.

Il sole illumina la pietra facendola apparire dorata, gli occhi vagano da una parte all’altra per mettere a fuoco ogni particolare di questi edifici che sembrano fatti di pizzo!

Trascorriamo un po’ di tempo all’interno di alcuni dei sette templi giainisti della città (ricordatevi che è obbligatorio lasciare all’ingresso le scarpe, eventuali bottigliette di acqua e qualsiasi indumento di pelle): ogni volta che vedo capolavori di questo genere, intere pareti scolpite con figure di divinità, mi chiedo quanto tempo occorra per creare tali meraviglie!

Percorriamo le stradine della città e ci sentiamo catapultati in un altro mondo: anziani suonatori di strumenti a corde, incantatori di serpenti, venditori di antiquariato, donne, nei loro coloratissimi sari, che sorridono alla vista di noi occidentali.

Una cosa ci colpisce: le donne portano alle braccia numerosi bracciali. La guida ci spiega che questi ornamenti indicano che una donna è sposata. Tradizionalmente la sposa riceve come dono dalla propria famiglia alcuni braccialetti in avorio; solo dopo averli indossati può essere celebrato il matrimonio che, secondo il rito hindu, si conclude quando la coppia compie sette giri rituali intorno al fuoco.

Affascinati da queste tradizioni, entriamo nel Palazzo del forte. L’ ingresso è riconoscibile per la presenza, sulle pareti, di impronte rosse di mani.

Questi segni sono stati qui posti a ricordo dei suicidi collettivi che in epoca medievale le mogli dei soldati erano solite compiere per conservare il proprio onore, minacciato dall’invasione nemica. Oggi naturalmente questa pratica non esiste più. Il governo ha dichiarato illegale anche un’ altra pratica molto diffusa, il sati, che prevedeva che una vedova si gettasse viva sulla pira funeraria del marito per onorarne la memoria.
Il palazzo è un susseguirsi di stanze che conservano tesori: immagini di sovrani, armi, monete, mobili antichi. Tra le stanze più belle, la stanza del trono. Le porte che conducono da una stanza all’altra sono di piccole dimensioni. Ci viene spiegato che lo scopo è duplice: chiunque, per entrare, era costretto ad abbassare il capo, in segno di rispetto verso il mahraja; se qualcuno aveva cattive intenzioni…in un attimo poteva essere colpito alla testa!
Arrivare sulla sommità del palazzo regala una emozione unica: il forte, con il suo color ocra, sembra un tutt’uno con le colline circostanti. Stormi di uccelli spiccano il volo all’improvviso e, dopo mille evoluzioni nell’aria, si poggiano sulle mura del palazzo. Già sappiamo che questa sarà una delle città che ci rimarrà nel cuore.

Nel pomeriggio torniamo nel nostro albergo, che si trova al di fuori della città. La guida ci spiega che, a causa del notevole afflusso di turisti, stanno sorgendo moltissime strutture ricettive all’interno delle mura. Questo, unitamente all’ enorme quantità di acqua utilizzata, sta compromettendo parte della stabilità delle mura, costruite in arenaria e quindi degradabili.
Il tempo di rinfrescarci e, a circa 6 km di distanza dalle mura della città, visitiamo il cenotafio di Bada Bagh, un monumento sepolcrale ultimato nel XX secolo, costituito da numerosi chatri.

Ogni chatri è sovrastato da una cupola e custodisce una statuetta rappresentante un regnante. Il tramonto regala al sito una pennellata di oro.

Il secondo giorno di visita è un vero immergersi nei colori e nei profumi dell’India. Passeggiamo al mercato, cercando di non calpestare le verdure ordinatamente disposte per terra, visitiamo alcuni negozi che ci mostrano la lavorazione dell’argento e delle stoffe (la fatica maggiore? sopravvivere all’ insistenza dei commercianti!) e ci soffermiamo ad osservare le persone nella loro quotidianità. Jaisalmer è stupenda!

All’ingresso di ogni casa viene dipinta un’immagine benaugurante di Ganesh, il dio con la testa di elefante, e la data in cui in quella casa è stato celebrato il matrimonio dello sposo con la sua sposa.

Cercando di non scontrarci con una delle tante mucche che popolano le strade della città in cerca di cibo (purtroppo ne vedrete molte nutrirsi di rifiuti di plastica…), arriviamo nella strada delle haveli (dall’ arabo “hawali”, spazio privato), le abitazioni dei ricchi mercanti.

Visitiamo la Patwon ki haveli, in realtà un insieme di 5 haveli che un ricco mercante specializzato nel commercio di oro e argento (pare destinati ad impreziosire broccati), per fece costruire a partir dal 1800 per ciascuno dei suoi figli. La casa è un susseguirsi di stanze decorate con motivi floreali, giochi di specchi e archi in pietra e legno finemente intagliati. Oggi molte delle haveli della città sono state trasformate in alberghi, altre sono state ereditate da alcune famiglie che vendono manufatti in osso di cammello o miniature per mantenere la struttura, che necessita di continui restauri.

Non si può partire da Jaisalmer senza aver provato una delle esperienze più belle: raggiungere, in fuoristrada o a dorso di un cammello, le dune dorate del deserto di Thar, cenare insieme ad altri viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo e, perchè no, dormire sotto il cielo più stellato che abbiate mai visto.

Numerose sono le agenzie che propongono questo tipo di escursione…avrete l’imbarazzo della scelta!

(Cliccate qui per scoprire la seconda parte del nostro viaggio)

Prospettiva della tomba di Humayun

Delhi, il biglietto da visita dell’ India

Rajasthan, il nostro diario di viaggio (parte 2)

1 commento

  1. Che meraviglia questo racconto dell’ “INCREDIBILE INDIA”, aspetto di leggere il resto👏👏👏🙉👳

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